giovedì 24 aprile 2014

Con la stanza numero setteee


Che è dove ho iniziato a passare le giornate. A fare ecografie per la TB, naturalmente. Mi prendono per scemo mi sa, perchè mi porto dietro il pc con la musica. Quella mia, straziante al punto giusto, ma che poi mi parte a palla senza neanche chiedere, quando vedo le cose che gli altri non vedono. 
Si, sono sborone e fondamentalmente cretino. 

Ieri ho pensato che siccome era li primo giorno di occupazione della stanza setteee, e a colazione mi è partita lucy in the sky with diamonds, e ho scoperto che l’australopiteca prima quasi umana della storia, trovata qui in Etiopia e fintamente conservata ad Addis si chiama Lucy perchè quando scavavano c’era quella colonna sonora lì, allora le lesioni eco della TB le chiamiamo Lucy Lesions. 
Dovrei dormire di più, son d’accordo.

Di significativo c’è che un paio di giorni fa mi sono fatto tagliare i capelli da Serena, la fisioterapista. Scelta estrema, ma sono come le ragazze, che devono cambiare pettinatura dopo eventi significativi, tipicamente robe brutte. 

A me sono partiti i miei primi due studenti, Alessandra e Luca, e me l’aveva anche detto l’Annina che sta cosa di avere in casa per un mese della gente a cui ti affezioni e poi se ne va, è straziante. E infatti. E se ci mettete che sulla creazione del wolissoproject ho qualche responsabilità diretta, il quadro è completo nella sua tragicità. 

Quindi via il panetto. Solo che la buona Serena, dichiarando che se non la fisioterapista avrebbe sicuramente fatto la parrucchiera, ha pensato di amputarmi con le forbici anche un pezzo di orecchio. Piccolo, piccolissimo, per carità. Ma è il significato del gesto che rimane. E anche il fatto che non finiva più di ridere, ha lasciato un segno indelebile. E se scopre che lo sto scrivendo a mezzo mondo mi sa che anche altre mie estremità sono in pericolo.

A parte le minchiate (per modo di dire). 

Come ogni volta che muore un cane a cui si vuol bene, non è mai solo un cane. E’ una roba che se ci penso mi vien da piangere e basta, anche qui, nonostante tutte le tragedie e tutta la merda in cui stiamo. Francone una volta l’ho pure riportato a casa in braccio dalla strada per madrisio. Pesava tantissimo quel cazzone. Coi suoi desideri immotivati di fuga mi ricordava tanto me stesso. Come facevo a non volergli bene. Ultimamente aveva pure iniziato a obbedirmi e non saltarmi più addosso. 
Ma che cazzo mi metto a scrivere ste cose. Non so, forse da qua si guarda a tutto il mondo da cui si viene in modo diverso, strano, e che ti fotte senza lasciarti possibilità di difesa. Sarà che tutte le energie per proteggersi sono occupate qui. L’unica è davvero piangere, porcatroia.

Vabbe, cerco di tornare in me. Per sdrammatizzare e precisare una cosa. Molti mi hanno scritto in risposta all’ultimo bollettino etiope. E ne approfitto per ringraziarvi tutti e scusarmi se le mie risposte tardano o si perdono nei corridoi vuoti della mia anima. 
Sembra che la parola che più vi ha colpito sia stata “strappamutande”, detta delle foto che sto facendo in questi giorni (vedi sopra). Bene, sappiate che non solo ovviamente era un richiamo diretto alle vere origini del wolisso project, ma per una volta ammetto di non essere stato io a inventarmela quella parola lì. Come ho già anche spiegato a qualcuno in privato è stata una creazione di Dr. Volpetti, in riferimento al primo filmato del wp, il caneva movie che trovate su youtube: mostrato in chiesa per l’appunto a Caneva di Tolmezzo nel 2006, con il risultato che volavano (si, dentro la chiesa), gli indumenti intimi delle anziane del paese. Metaforicamente, sia chiaro. Lo scrivo non solo per giustificarmi in modo patetico, ma perchè nelle scorse settimane del dr. Volpetti è passato il compleanno. Di cui, come ogni anno, mi sono dimenticato. E siccome non è solo uno dei magici cinque di wolisso 2005, ma uno dei maggiori consulenti e produttori di cose strappamutande che io abbia mai conosciuto, lo abbraccio un po’ così, a modo mio, facendo outing ancora una volta insomma, e dando quel titolo lì a questo post (lui capirà). E consigliando a tutti di comprare sempre le uova dell’AIL, così può farsi anche uno shampo ogni tanto.

Infine. L’idea della settimana, che si può unire al piano bagiagi (o tuc tuc, così lollo non ti agiti): aprire un chiosco, o meglio una catena di chioschi da spiaggia, la “Bagiagi-Casimiro Sambussa International”, dove vendere sambussa come se piovesse, in tutte le versioni africane e aggiornandoli con ideazioni di cucina italiana. Se non sapete cosa sono i sambussa, cercate su internet. Io ne sono diventato dipendente. Anche se quelli che fanno qua causano, viste le lenticchie, forte aria…(questa è per ezio e per la mitica Renatina, e quindi si, sui tre puntini potete leggere tranquillamente “dal culo”). Se non sapete cosa sono i casimiri, beh non lo sapevo neanche io e su internet non so mica se lo trovate.


Questo è il piano B per diventare ricchi e trasferirsi in località tropicale dove stare sereni su una spiaggia bianca, e lontani abbastanza - faccio per dire - da quelli che ritengono di celebrare le proprie memorabili carriere eliminando anche le automediche, come se non bastasse già tutto il resto (si si, riesco a incazzarmi come una iena anche da qua). Questo se lo studio della TB non dovesse funzionare certo. 
Ma non accadrà. 
E i chioschi li possiamo fare lo stesso.

sabato 19 aprile 2014

Cecherellu


Questa qua, quella del titolo, è una parola che mi fa troppo ridere. Ovviamente non si scrive così, è amarico, e la usa sempre dottor Mitico. Che pure è internista (etiope) ma non centra con il più noto omonimo della clinica medica. Neanche un po’. Solo che essendo luca e io candidamente incapaci di ricordarci i nomi locali (tra le altre cose), lo chiamiamo così. E’ uno dei nostri riteniamo, e cioè uno splendido cazzone, e infatti quando parla ai pazienti dice sempre cecherellu.

Che vuol dire qualcosa come nessun problema, tutto a posto, stai sereno. Arianna pure la dice quella parola lì, ma un po’ diversa, viene fuori tipo un cecherelle, e non sono ancora del tutto sicuro significhi la stessa cosa. Lei è convinta di si. Serenità insomma. Manteniamo la calma, rivista a mio modo. Mi fa sentire a casa.

Sono stati giorni un po’ duri, per la verità, cecherellu a parte, per tante ragioni. Ma anche spettacolari, per la serie che di nuovo con le parole si fa fatica. 

La foto qui sopra per dire. Lei è Abebaye. Tenuta su dai genitori, un paio di giorni fa, quando dopo un mese e mezzo è riuscita a rimettersi in piedi e camminare. Non sappiamo che minchia abbia avuto, ne perchè non camminasse più e tutto il resto, ma il cortisone, e Arianna e tutte le altre terapie per gestire almeno un disastro al giorno hanno funzionato. 
Oggi per dire era seduta su una delle panchine fuori dal reparto con l’unica paziente diabetica e cicciona che abbiamo che le metteva a posto i capelli per pasqua. E suo padre, che dovrebbe essere famoso nel mondo per i cappelli con cui si presenta in reparto (quello della foto è niente rispetto al solito), che ci vede e ogni volta ride. Direi di felicità, a guardarlo.

Quindi il solito, come ho scritto a Ezio un momento fa. Bambini che muoiono senza una cazzo di ragione e subito dopo altri esseri umani che ti spaccano il cuore e non si capisce più cosa provare. 
Ginecologi che non smettono di stupirsi che sia di nuovo successo che dalle loro pazienti portatrici di utero, chiamate più comunemente madri, escano ostinatamente e ogni santa volta dei bambini, e quindi ommioddio chiamate subito un dottore. 
Le capre che stanno per mettersi a sgozzare in giardino. E’ pasqua daltronde, bisognerà pur festeggiare.

Posti in cui ho fatto delle foto che dire strappamutande è poco. La mazurca del mio cellulare etiope con cui farsi svegliare durante le guardie e pensare che bisogna essere deficienti ad aver scelto una suoneria cosi (per la cronaca è stata votata all’unanimità, forse perfidamente, dall’informatico e dai miei due giovani del wp). 

Il piano Bagiagi. Per il quale, a proposito, lancio una richiesta di aiuto. Cercate su internet. Bajaj 205 Re. Se mai lo studio TB funzionasse (cosa che sembra stia facendo) e se mai mi lasceranno specializzare (cosa invece più delicata, ma magari nei prossimi mesi si dimenticano del circo che ho fatto prima di partire), devo farne arrivare uno in Italia, blu, con cui rifarmi una vita e un’immagine adeguata al cumulo di stereotipi e svarioni che sono. Quindi: come cacchio faccio senza spendere tutti i miei averi? 


Ecco. Tutto a posto direi. 
Cecherellu. 



domenica 13 aprile 2014

Troppe cose. Troppo grandi.


Sono poche le cose che uno può fare in momenti così. 
Tipo mettersi a lavare i piatti. 
E pensare che da queste parti le blatte sono anche brave. Stanno perlopiù nel secondo cassetto della cucina, infatti. In giro tutto sommato poco. Non pensieri edificanti, ma se no come si fa con tutta sta roba che passa nel mediastino.

Oggi è stato il primo giorno in cui mi sono fermato un po’, quindi fase di intensa labilità emotiva. E quindi non pensavo di mettermi a scrivere, anche perchè il rischio Anna Frank è elevatissimo. Ma poi ho inanellato una colonna sonora che mi ha ovviamente dilaniato, e che mi ha fatto pensare a tanti di voi…e ognuno capirà:
primo, come sempre, quel cantante croato di cui non mi viene mai in mente il nome. Ah si. Ligabue.
Poi. Battiato. Fleurs e analoghi. Molteplici dediche. 
Poi. Coldplay (che in genere mi stan sul culo ma questa no). Magic. Che parte anche a tradimento.
Anouk. Who cares. Acustica. Per quelli che sanno cos’è il Ceria Merlone.
E infine, saltandone diverse ma il concetto l’avete capito, Candy. Paolo Nutini. Maledetto bastardo. E’ su questa che mi son messo a lavare piatti. E a guardare teneramente le blatte. Cercando di non pensare ai queen, naturalmente, che un po’ mi porto anche su certe magliette adesso.

Nulla che rafforzi la fiducia nella mia eterosessualità, questo è chiaro, ma va così. Come sempre, direbbe una certa bionda che ha tanto insistito perchè mi mettessi qui a scrivere.

Non ho voglia di scrivere un diario africano. Anche se poi immagino che ci cadrò. 
Anche perchè dirvi che la pediatria puzza di meno significa qualcosa solo per chi ci è passato, e poi non sono capace a cercare parole per tutte queste cose che mi stanno accadendo, e che non hanno semplicemente nome. Almeno, localizzandosi tutto tra la pancia e il cuore, è difficile restare seri nel tentativo di fare quello che ci capisce sul serio qualcosa.

Già solo il fatto di essermi trovato in aeroporto due ragazzi del wolisso project, cioè la rappresentazione in carne e ossa di quello che in cinque cretini sognavamo su queste strade nove anni fa, è stata una bella sveglia per tutte le volte che negli ultimi mesi ho pensato di non avere più la voglia, la follia, la fame, non so, chiamatela come volete. Quella roba lì, che in linea di massima è la scintilla che mi rende vivo. Dove per vivo intendo proprio vivo.  Noi cinque, quaggiù, nove anni fa, ribadisco. Se qualcuno non sa di cosa parlo vada a vedersi i miei filmati su youtube, se no non ne usciamo.

Io qua non ci sono mai venuto per stare dalla parte degli ultimi, ne di nessuno. Io sapevo, e lo sentivo, che qua posso essere il me stesso con cui sto meglio. Non mi sbagliavo. A prendere per il collo ciò che è inconsapevole, nascosto, sepolto, protetto, a volte imbalsamato, e a tirarlo fuori da sotto quel fango di cui ci ricopriamo per difenderci, e renderlo visibile, e vivo, costi quel che costi, non si sbaglia. 

Quando dico che qui mi diverto, ed è per questo che sto bene, nessuno mi capisce in genere. Mi diverto a lavorare, a stare sveglio fino alle cinque di mattina per scrivere protocolli per la salvezza del mondo, e a fare il mio circo con chiunque stia al gioco (e a quanto pare trovo sempre qualcuno da queste parti). Mi diverto, e allora vuol dire che ne vale la pena. 

Ne vale sul serio la pena, per quante e quanto feroci siano certe lacrime. Parlo di quelle da ricacciare in gola, per non urlare, per non strangolare certi stronzi che si, ci sono anche qui, e hanno il coraggio di mostrare la faccia, e la saggezza da professoroni dopo che hanno abbandonato a morire, fingendo di essere impegnati in sala operatoria, una ragazza di 22 anni madre da quattro giorni. 
Vale la pena fare come abbiamo fatto Arianna e io, ho bisogno di raccontarlo, se no penso mi si rompa qualcosa dentro. Vale la pena mollare il giro, e correre anche se dovrebbe esserci un altro, anche se si sa già come andrà a finire. 
Vale la pena cercare di intubare una che potrebbe essere tua sorella, anche se non c’è lo spazio, non c’è il defibrillatore, anche se non puoi usare il manico del laringoscopio ma solo la lama, anche se devi dimenticarti tutto quello che hai studiato e cercare quella cazzo di epiglottide standole a fianco, praticamente abbracciato nel vomito, e no, non penso mi verrà mai più in carriera un numero così. Culo, non bravura, questo è ovvio per tutti quelli che sanno di cosa parlo. Ma bisognava provarci, e andare a cercarselo. Anche se poi non è servito a nulla. 
Ma ne valeva la pena. Valeva la pena di farle ripartire il cuore, anche se poi il respiro non è tornato. 
E anche se poi, pur con quel cazzo di battito sul collo ho dovuto toglierglielo quel maledetto tubo, e chiuderle gli occhi. 
Perchè qui non ci sono ne ventilatori ne terapie intensive e nemmeno organi da donare. Ne valeva la pena, per le parole che Arianna ha sputato in faccia al brillante collega che si è nascosto al posto di stare con la sua paziente. Non me la prendo io la responsabilità della morte di questa ragazza che nemmeno conosco e quindi silenzio. Ci proviamo e basta. 
Ne valeva la pena, perchè io non sono mai stato così vicino, fisicamente e con tutti i santi e le madonne e con tutto il cuore e tutta la rabbia e tutto quello che potete anche chiamare amore, a una persona che avevo visto solo il giorno prima, quando era già chiaro che qualcosa di orribile le era accaduto nella testa. 
Ne valeva la pena, perchè solo così siamo tornati a poter sorridere. E a divertirci di nuovo. E a fare il circo, come dicevo.  
Perchè il senso delle cose è qui, nello stare dalla stessa parte, anche dalla parte di chi è sconfitto in partenza, anche nella merda. Essere accanto uno all’altro, l'ho già scritto qualche tempo fa,e sapere di essersele giocate tutte. 

Oggi siamo stati al mercato, e a berci la birra St.George con le scimmie dell’Hotel per ricchi. E ci siamo rivisti Amore Bugie e Calcetto. E abbiamo sparato minchiate per ore, e fatto discorsi come se ci conoscessimo da una vita. 
E anche se vivere dentro il recinto dell’ospedale tutto il giorno è come stare in una bolla fuori dal mondo, per ora è una bolla in cui sto bene.

Anche se non si riesce a mettere vicino a una presa il microonde che è inaspettatamente arrivato ieri. E anche se non posso più mangiare l’injera che se no muoio. 


Troppe cose. Troppo grandi per essere dette con le parole.

mercoledì 8 maggio 2013

This is ourselves

Io oggi non ce l'ho fatta ad andare a lavorare. Non me la sono sentita. Non so cosa devo fare per le cose dei funerali, per dare una mano a Giuliana, per poter essere utile, come se avesse un senso. Non so.
Quel che è successo non ce la fa a stare nella mia testa. Non ce la faccio neanche a piangere. 
Non esiste un altro lavoro come il nostro. Dove quando ti dicono "è morta" di una persona in turno con te fino al giorno prima, o che per il mestiere che fai conosci da anni, devi continuare a rispondere al telefono, a soccorrere, a curare, a risolvere problemi, ad affrontare paure, magari per un identico incidente, magari per un identico suicidio.
No, non è giusto,ma non ci si può permettere di essere distrutti. E' per questo che ci dobbiamo stringere così tanto l'un l'altro. E' l'unico modo che abbiamo per non impazzire, l'unico modo per sopravvivere. 
E in questi due giorni, in pronto soccorso a San Daniele, e al 118 di Udine, l'unica cosa bella, bellissima, che è successa, l'unica cosa che conta è stata questa. 
Nessuno di noi sa cosa sia giusto fare, cosa sia giusto dire, o pensare, nessuno. Ma ci siamo, siamo ancora qui che ci possiamo abbracciare, che ci possiamo sentire piangere, bestemmiare, ubriacare e fanculo il mondo, anche ridere. 
Chi non capisce questo, come purtroppo è successo ieri, è solo un povero coglione. 
Dicono che sia in questi momenti qua che si vedano sul serio le persone, quando sono indifese e senza maschera. 
Se davvero è così in questi giorni io ne ho viste di straordinarie.






domenica 28 aprile 2013

Perso il derby, mi è tornato alla mente un ricordo


Il post che segue qui sotto è una mail che avevo mandato nel 2006 ai miei amici e fratelli di cuore granata, dopo il fallimento, dopo la promozione in A, dopo Toro Mantova
Adesso sono in treno, sto rientrando a Udine dal derby. Abbiamo perso, naturalmente. Chi ha visto la partita sa cosa è successo (niente di inaspettato). Chi mi conosce sa quanto sono incazzato. 
Chi è juventino (anche solo dentro) si astenga dal leggere, non per gli insulti che comunque non ci sono (ho già dato allo stadio), ma perchè voi questa roba qui non l'avete mai vissuta, e non la vivrete mai e, semplicemente, non la potete capire.

Per scrivere ho aspettato un po’, pensavo che mi sarei ripreso, che sarei stato più lucido nel guardare all’altra sera, a noialtri, dentro a quei momenti incredibili. Invece è sempre uguale, di chiamarla semplicemente partita non mi viene ancora, perché quella è una parola troppo stretta, che non dice abbastanza. La voce non mi è ancora tornata del tutto, e continuano a guardarmi come un pazzo, se cerco di raccontarlo a qualcuno. Non ci provo neanche più, qui non capirebbero mai.

Non è solo quello che è successo dentro allo stadio, anche se forse basterebbe. E’ anche tutto il resto, sessantamila che per esserci chissà che cosa hanno fatto, altro che messa del nonno, la laurea dell’amico, cinquecento chilometri da fare, l’esame di domani. Chissà cos’altro, che questo è niente.
E tutto sapendo che l’impresa era quasi impossibile. Quel 4 a 2 all’andata.
Appunto, quasi impossibile. La cosa meravigliosa è che lì, in quei sessantamila, nei nostri abbracci, nella nostra angoscia allucinante, non c’era solo il Toro, solo quel maledetto 4 a 2, lì non era una questione di squadra di calcio o di malati di pallone. Lì, nel viaggio infinito da casa allo stadio, nei venti minuti finali, nella vene del collo gonfie anche senza gridare, proprio lì dentro intendo, in quel respiro senza fiato, ecco lì per me c’erano i sogni di tutti quelli che a sognare ci credono ancora, e no, non ce l’aveva detto nessuno che andava a finire bene, che noi siamo quelli come quel mio amico in Etiopia, quelli che all’impossibile ci credono, perché semplicemente l’impossibile, in qualche modo, si combina.
In faccia a tutti quelli che la sanno sempre più lunga, a chi ti guarda con compassione se cerchi di spiegarglielo, a chi i sogni li calpesta solo perché non ha mai saputo farne.
E benvenga se ci dicono che siamo solo dei bambini, è vero, ed è bellissimo perché un bambino è uno a cui il cuore batte ancora.
Se quel tiro all’ultimo minuto fosse andato dentro, avremmo pianto e ci saremmo disperati, ma la prossima volta saremmo stati di nuovo lì, a gridare ancora di più, sempre gli stessi. Secondo me è per questo preciso motivo che quella palla è uscita. Qualcuno lassù deve averci visto, e lo deve aver capito di che pasta siamo, e quanto è bella la nostra follia. E allora anche se l’avessero fatta entrare, da lassù, era chiaro che  non sarebbe servito a nulla, solo se mai a sentirsi arrivare una dose apocalittica di bestemmie.
Da moltiplicare per sessantamila, oltretutto. Dio, che sospettavo gobbo, su questo deve aver riflettuto.
Penso a noi quattro abbracciati, all’urlo incontenibile di quando è finita, penso alla paura fottuta del tempo che non passava mai, mi viene in mente che io uno stadio con tutta quella gente non l’avevo mai visto (e mi sa neanche quei ventidue in campo), non mi spiego ancora come sono sopravvissuto a una tachicardia incompatibile con la vita per 120 minuti e più, ne d'altronde come tu Robi abbia ancora un naso presentabile. Mi viene in mente quella bimba di tre o quattro anni con la maglia granata e la scritta Rosina sulla schiena, quasi mi commuove pensare che forse si chiamava davvero così e che sicuro quel rigore, vista la velocità della palla, avrebbe potuto tirarlo lei . Se penso all’ingresso allo stadio sento ancora il fiato mancare, e mi viene una depressione atroce appena mi rendo conto di essere tornato qui dove nessuno può capire. Ma poter dire “io c’ero”, sapervi in qualche modo ancora qui con me, poter stringere tra le mani  la polo granata di Lollo che avevo allo stadio, mi da una felicità indescrivibile.
Sarà anche follia, ma importa davvero?
Grazie, amici miei.
Forza Toro.

lunedì 21 maggio 2012

sabato 21 aprile 2012

iniziare

Già che l'altro ieri è stato fondato il coordinamento nazionale degli specializzandi in medicina d'emergenza. E io ne sono fiero, orgoglioso e felice, perchè anche se non potevo essere a roma con tutti gli altri (causa cazzo di convalescenza post ricovero), è un risultato a cui ho lavorato molto negli ultimi mesi, e ci tenevo tantissimo. Adesso bisogna iniziare, però, e questo video trovato per caso, mi sembra adeguato.
Che sia un augurio a tutti noi, come le parole che  il dr.Prugnetta (ops, il neo presidente) ha letto da parte mia durante l'assemblea costitutiva dell'associazione:

"Prima cosa, la più importante. 
Grazie - grazie di cuore -  a tutti quelli che in questi giorni, anche senza quasi conoscermi, mi sono stati vicino, e sono molti in quest'aula. Non immaginate nemmeno quanto questo abbia significato per me.
Se solo potessi essere qui vi abbraccerei tutti, davvero. E quello che farei poi, sarebbe cercare con tutto me stesso di far diventare davvero questa giornata quello che abbiamo sognato e per cui abbiamo lavorato: un'occasione.
E' strano, ma inchiodati su un letto d'ospedale va a finire che alcune cose si capiscono meglio. 
Tutto, tutto ciò che desideriamo, dipende da noi. Nessuna scusa, anche se ci sono problemi enormi o insormontabili. Lì accanto ci sono opportunità e possibilità che uno nemmeno si immagina. Sempre.  
Figurarsi poi se si parla di giovani dottori che han voglia di inventarsi il proprio futuro. Già solo il fatto che abbiate attraversato l'italia per trovarvi qui oggi, dice tutto. Non è una cosa da poco, è una cosa enorme. 
Con tutto il rimpianto e la voglia di essere lì con voi, vi dico solo questo: abbiamo fatto casino a lignano, a napoli, via mail, nei nostri reparti, con primari e professori, dovunque. Adesso giocatevela. Giocatevela e basta. 
Queste sono cose che contano. 

Come conta per me questo ultimo grazie: a Claudia, a Aurelia e soprattutto Lorenzo. 
Per tutto.

Una splendida giornata a tutti."