domenica 14 marzo 2010

Questa mattina in cielo ho visto un elefante


L'altra sera a San Daniele era la seconda volta che lo vedevo, Tanti Saluti. Che è uno spettacolo teatrale fatto da questi clown qui sopra. Forse questa immagine non è chiara, ma lo scatolone di legno in cui son seduti, è una bara. Sul palco ci sono loro tre, e una bara. Si, capito bene. 
Parlano di morte, anzi, del fatto che si muore, tutti quanti senza eccezione. E noi invece abbiamo imparato a vivere facendo finta di no. E alla fine esci  dal teatro che te lo chiedi, come cazzo ci siamo arrivati a questo punto qui, in cui fingiamo che la morte non esista, con il risultato che finzione diventa la vita che facciamo.
Certo, questa cosa, loro, i tre clown, te la fanno entrare in testa un po' con le risate, un po' con dei pugni in pancia, un po' con qualche lacrima - ma non troppe, e solo verso la fine - e ci riescono perchè son bravi, anzi eccezionali. Ci sono stati davvero loro, in ospedale, e in hospice, e hanno parlato sul serio con chi muore e con chi sta lì vicino a condividere quel pezzo di cammino, in un modo o nell'altro.
Il risultato è che in qualche modo ci rimani fregato se stai lì a guardarli, perchè prima o poi arriva una storia che conosci, o che hai vissuto, o  che hai sentito almeno una volta, da qualche parte.  Come medico, come figlio, nipote padre, uomo o donna. 
Io è due volte che lo vedo, sto spettacolo, ed è due volte che esco e penso 
adesso arrivo a casa, prendo la penna, il telefono, il computer, un piccione, qualsiasi cosa, e dico per una volta le cose davvero importanti a tutte le persone a cui voglio bene, per quanto patetico e banale questo possa sembrare. 
Anche cazzate, roba da far venire la carie, tipo che va tutto bene, davvero, non era una cosa così importante, che sono stato uno stronzo quella volta e non ti ho mai chiesto scusa, che ti voglio bene, che ci penso spesso a quei momenti irripetibili, e che no, non me ne potrò dimenticare mai, che siamo dei cretini, che ti volevo ringraziare, per tutto, che mi devi una birra, che.
Poi, naturalmente, non l'ho fatto: una cosa sensata che penso, forse la più sensata di tutte, e niente.  
Forse per poterci riuscire (ogni scusa è buona) dovrei rivederlo ancora, Tanti Saluti.
Anche se so già esattamente quando mi rimetterò a piangere per l'ennesima volta. Ma mica di dolore, solo per  una cosa meravigliosa. E' una scena marginale, non so se ha colpito così solo me, ma c'è un momento in cui viene data, a chi sta morendo, la possibilità di un'ultima rapidissima telefonata, giusto un secondo prima della partenza. La cabina telefonica, per capirci, è la bara messa in verticale. Si rincorrono velocissimi mille personaggi, qualcuno fa anche ridere - chi chiami, cosa dirai mai in una telefonata così?- e poi arriva un padre, che chiama sua figlia,  una bambina, e le canta questa canzoncina qui

Questa mattina in cielo
ho visto un elefante,
era una nuvola
che camminava
sembrava un elefante,
era così elegante
con il suo codino
e la proboscide...

e se ne va così. 

Mi sa che il trucco, nonostante tutte le cianfrusaglie e le cazzate di cui riempiamo nostre vite, se ne sta lì, in un niente, anche in cose come una canzoncina per bambini, se è il caso. 
Cose che magari neanche te ne accorgi, ma danno senso a tutto quanto.







3 commenti:

  1. Bello Ste,
    davero...
    Quando lo rifanno fammelo sapere che vengo a vederlo anche io!
    Ma dalle parti di Padova o Treviso vengono?

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  2. Mi permetto di intrufolarmi nel blog perché lo spettacolo l'ho visto anch'io, due volte, perché ne vale proprio la pena. Le riflessioni che suscita sono veramente tantissime ma due frasi in particolare mi hanno colpito. La prima deriva dalla testimonianza di un' infermiera domiciliare. Recita: “L'unica differenza tra te e me è che io posso far finta di essere immortale, tu no”. E quanto nella vita di ogni giorno fingiamo di essere immortali..tanto. E non solo, quando grazie a tre clown ci rendiamo conto di quanto fingiamo tendiamo anche a giustificarci. Dai, è normale non pensare alla morte, non si potrebbe vivere altrimenti, sempre nell’angoscia che questo sia il tuo ultimo istante. E come si potrebbero fare progetti, come si farebbe a costruire dei rapporti. Ecco, secondo me è tutto l'opposto. Il sapersi mortali costringe a rispondere frequentemente ad una semplice domanda: sono soddisfatto di come sto impiegando il mio tempo? nello specifico: sono soddisfatto di chi sono, delle cose che faccio, di come le faccio, delle relazioni che ho, di come le vivo? Se si riesce a rispondere con sincerità a queste domande si ottiene anche la chiave per aprire quelle porte ed intraprendere quelle strade che ti porteranno a vivere veramente come vorresti; ad impegnarti per le cose che reputi veramente importanti, a metterti in gioco nei rapporti in cui veramente credi. Certo, più facile a dirsi che a farsi, ma vale la pena di provare. L'altra frase che mi ha colpito, e collegata a quanto detto recita: “Oggi è un bel giorno per morire”. Mi son chiesta, qual'è un bel giorno per morire? Ecco, credo che un bel giorno per morire sarà quando potrò sinceramente rispondere di sì a tutti i “sei soddisfatto?”. Consapevole tuttavia che non riuscirò mai a rispondere sinceramente di sì a tutti i “sei soddisfatto?” non è l'angoscia che sopravanza ma la voglia di provare a trasformare quanti più no in sì sia possibile, nel tempo che rimane.
    ..ma questo è solamente il pensiero semplicistico di una ragazzina che della vita vera è molto inesperta.

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  3. Io sono sempre convinta che tu dovresti davvero scrivere, non solo per te ma anche per gli altri. Diciamo una sorta di "autoterapia altruistica".

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