COME NASCE UN PROGETTO
Un discorso non me l'ero mai scritto prima.
questa volta si, non saprei neanche bene perchè. Credo dipenda dal fatto che questa relazione, questo titolo così impegnativo mi hanno messo davvero in difficoltà.Se volete sapere come nascono, come si fanno i progetti, non sono io quello giusto a cui chiedere, davvero. Ne so quanto voi, o al massimo poco di più, nella migliore delle ipotesi. E non è un'ostentazione di umiltà. E' proprio così.
Volete sapere come è nato il progetto wolisso?
Beh, non grandi cose, un'idea che sembrava uno scherzo, una domanda che sembrava uno scherzo, del tipo
"allora, partiamo?"
e una risposta piuttosto semplice
si
che è diventata un viaggio verso l'etiopia, impossibile da dimenticare.
Wolisso per la cronaca, non sapevamo ne che esistesse ne tantomeno dove fosse. Per la verità non sapevamo neanche dove andare a dormire la prima notte, arrivati ad addis abeba. E forse, a volte i progetti nascono anche così, in un aereoporto in mezzo all’africa all’una di notte, dicendo "ragazzi,dai, non facciamoci vedere troppo disperati".
Quando mi viene detto che se abbiamo realizzato qualcosa in questi 4 anni è perchè avevamo particolari abilità o talento, comprenderete che mi viene un po' da ridere. O meglio, da un lato mi piacerebbe fosse così, ed è senz'altro vero che ognuno di noi ha le sue capacità che hanno contribuito ad arrivare fino qui, oggi, ma è anche vero che la cosa che più ci ha accomunato e che è stata la vera base per il wolissoproject, non è stata in nessuna modo la bravura nell'organizzare partenze, o nel pianificare progetti, o nel gestire bilanci. Se qualcosa c'è stato, è stata semplicemente la voglia di dire, semplicemente, "si" a domande come
"allora,partiamo?"
"allora, lo facciamo sto progetto maternità sicura?"
"insomma, ci proviamo?"
Dire si si si, in modo spesso imprudente, senza calcoli e senza senno, ma anche, man mano che il wp prendeva forma, sempre con maggiore razionalità e soprattutto, responsabilità.
Nessuno di noi aveva basi tecniche o culturali per affrontare al meglio l'organizzazione partenze, la pianificazione di progetti o la gestione bilanci. Tutti però abbiamo iniziato a pensare che si sarebbe potuto imparare. Dopotutto, abbiamo iniziato un po' a crederci, a quelle parole che suonano così incredibili, ma che non riusciamo proprio a levarci di dosso:
"non abbiate paura di pensare in grande, ragazzi, non abbiate paura di pensare l'impossibile. Perchè alla fine, l'impossibile, si combina."
E' strano per me essere qui a ripetere a voi queste parole di un amico che ha creduto in noi, quattro anni fa, in etiopia. Ma se devo pensare a raccontarvi di come nasce un progetto, per me, è questa roba qui.
Certo, non solo questo. poco fa ho nominato la parola responsabilità. Beh, ecco, non è una parola che va tanto di moda, ma senza di essa, senza prendersi le responsabilità, tutta la voglia e l'incoscienza che ti spingono a iniziare viaggi, avventure, progetti o quel che volete, sono destinate inevitabilmente a fallire.
Responsabilità vuol dire non solo che quando le cose vanno bene, ci si prende il merito e quando vanno male ci si mette la faccia. Responsabilità non è solo mettere la firma in fondo a un bilancio o una rendicontazione, ma avvertire che dietro a ognuna di quelle cifre o di quegli euro, c'è qualcuno che ha creduto in te e che ti sta dando la sua fiducia, magari anche senza nemmeno averti mai incontrato. Responsabilità vuol dire non tradire quella fiducia, e avere profondo rispetto per quelle speranze.
Responsabilità significa rendersi conto del valore che hanno le cose. E per questo averne cura.
Queste, mi rendo conto, sono parole rischiose, difficili anche. Non siamo qui per raccontarci le favole, o per compiacerci di noi stessi, sia chiaro. Ne io voglio fare prediche a nessuno, o perdermi in riflessioni filosofiche che con la realtà hanno poco a che fare , sarebbe ridicolo. Semplicemente penso, a partire dall’esperienza di questi 4 anni che se un progetto, qualsiasi esso sia, ha possibilità di nascere e soprattutto di sopravvivere al parto, in primo luogo ciò dipende dalle poche cose dette: voglia di fare, entusiasmo e un po’ di spirito di iniziativa (follia?), assieme, certo, a questa cosa che è il senso di responsabilità.
Ma, ancora, tutto questo non può di certo bastare. E’ come partire per la montagna, scegliere una cima altissima, allenarsi, iniziare la camminata pieni di aspettative e gioia e poi accorgersi di non avere nemmeno una mappa con se’. E nemmeno una giacca se farà freddo, e magari neanche l'acqua.

Qualsiasi dimensione abbia un progetto, senza degli obiettivi chiari, senza la pianificazione di un modo per raggiungerli, o senza la possibilità di valutare quello che si sta facendo, inevitabilmente sarà destinato a fallire, questo è poco ma sicuro. Prima di partire bisogna guardarla la mappa, scegliere un percorso, considerare alternative e vie di fuga in caso di maltempo, e mentre si cammina bisogna sempre avere la possibilità di fermarsi per capire dove si è arrivati: il puro senso dell’orientamento spesso tradisce.

Infine, e non meno importante di tutto il resto, c’è un tema fondamentale, emerso già nelle relazioni precedenti e nella giornata di ieri. Siamo qui a parlare di wolisso, etiopia, Africa. Spero a questo proposito così come accaduto in passato e come accaduto oggi, riusciremo a fare sempre parlare uno come Abraham, del suo viaggio, o come i due ragazzi eritrei che erano venuti al convegno di questa primavera “siamo tutti sullo stesso barcone”. Lo spero perché questo indica che non ci siamo dimenticati, come spesso accade, delle persone che davvero stanno dall’altra parte dei nostri progetti e dei nostri discorsi.
Fare i conti senza l’oste, perdere di vista la realtà e le persone che la vivono davvero, significa perdere completamente l’orizzonte delle cose, significa non poter stabilire priorità serie alle azioni intraprese, significa fare danni e creare problemi dove di problemi ce n’è già a sufficienza.
Mi viene in mente un altro ospedale in Etiopia dove eravamo stati nel 2005, in cui stavano iniziando i lavori per un reparto nuovo di zecca, dedicato ai malnutriti, mi pare. Perché era morta la madre di importanti imprenditori del nord italia, e prima di morire aveva deciso di costruire un reparto per i bambini malnutriti proprio in quell’ospedale. Bene, nessuno si era preoccupato di vedere se quel reparto sarebbe servito a qualcosa: nel caso specifico la malnutrizione era un problema quasi inesistente poiché a quell’ospedale non poteva accedere la parte più povera della popolazione, a causa dei costi del servizio. Niente bimbi malnutriti, ma svariate decine di migliaia di euro spese cosi, insieme a tutti gli sforzi e il tempo necessari a compiere l’opera. Spesso vedete, succede che quello che abbiamo in testa noi, per quanto in buona fede, si traduca in piccoli o grandi disastri, solo perché non si è partiti dalla realtà locale, e dalla situazione concreta delle persone che si dice con tanto entusiasmo, di voler aiutare.
Questo ci riporta a tutti i dati che abbiamo sentito tra ieri e oggi, al fatto che anche i pochi soldi che ci sono vengono spesi male, al fatto che finchè rimane la povertà curare i malati in ospedale non serve a nulla.

Io risponderei in maniera molto concreta a questi dubbi, soprattutto in ambito di salute: è vero, come avete visto anche nel nostro filmato, che tutte le malattie in un posto come wolisso sono causate dalla povertà. Ma, anche se spesso non viene così sottolineato, è vero anche il contrario, e cioè che se non si curano le persone malate esse non potranno mai essere in grado di fare nulla con le proprie mani per combattere la povertà in cui vivono. Il sistema sanitario, a partire dal livello locale, è il punto di partenza, anche se la sensazione costante e dolorosa di tutti quelli che lavorano in posti così, è di rimandare le persone che guariscono direttamente alla fonte delle loro malattie. Certo, non può essere sufficiente un ospedale che sia accessibile a tutti, ma è per forza il punto di partenza. Non è vero che non serve, non è vero che sono inutili i progetti se vengono fatti bene. Sono indispensabili, anche se ancora insufficienti.
E poi fermi un attimo: ci sono effetti imprevisti ma quasi incredibili, dell’impegno, del partire anche solo per imparare, dell’andare a fare i medici in Africa. Noi siamo partiti come dei disperati 4 anni fa. Adesso ci sentiamo dire dal CUAMM, che in Italia è la più importante ONG in campo sanitario, che crede in noi, ci ringrazia e ci da tutto il suo appoggio, ci sentiamo dire la stessa cosa dall’Università, dal Rettore in persona, dal Comune di questa città, la stessa cosa ce l’ha detta la Regione, e sono seguiti anche fatti, finanziamenti e progetti per questo, adesso si parla del wolisso in tutta Italia grazie al sism, e se ci pensate anche solo il fatto di essere qui oggi è un effetto tanto straordinario quanto imprevisto di quell’avventura. Nessuno poteva calcolare tutto questo, ma quindi allora nessuno può fermarsi al pessimismo fine a se stesso. Margine per la speranza c’è, eccome.
E questo pensiero, di come piccole cose in verità si riverberino e possano essere la base per realizzarne di davvero grandi, apparentemente impossibili, mi fa venire in mente una storia di qualche anno fa. Che apparentemente con l’Africa non centra niente, perché siamo a Santiago de Compostela, ma ve la voglio leggere, perché parla proprio di questo:
“Ho ancora una cosa da dire, una domanda a cui non ho risposto.
Perché saluti tutti, gente che non conosci, qui, per strada, sull’autobus, al residence, dappertutto?
Vedi, nella cattedrale c’è una colonna dove da centinaia d’anni la gente appoggia la mano, tutti nello stesso punto, chiaro. Quella è pietra ben dura, però adesso c’è un solco profondo e liscio. Scavato da milioni di dita diverse, tutte arrivate lì e tutte a toccare la stessa pietra, perché Dio solo sa. La mia mano cosa vuoi che faccia a quella pietra. Niente. E invece. Invece poi viene fuori che su quella colonna, dentro quella colonna, la pietra lasci posto a una forma. E più mani si appoggeranno su quel punto, quell’unico punto misterioso, più saranno chiari i contorni e il senso di quel gesto piccolissimo e infinito, inutile e indispensabile.
Così il mio salutare la gente che passa. E’ niente appoggiare la mia mano sulla loro vita. E’ niente il loro stupore. Niente i loro sorrisi di sfuggita. Niente i loro perché.
Sono niente i nostri progetti, niente giornate come questa, niente uno studente di Medicina che parte per l’Africa.
Cambia qualcosa la mia mano che accarezza una pietra?”
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