Il post che segue qui sotto è una mail che avevo mandato nel
2006 ai miei amici e fratelli di cuore granata, dopo il fallimento, dopo la
promozione in A, dopo Toro
Mantova.
Adesso sono in treno, sto rientrando a Udine dal derby.
Abbiamo perso, naturalmente. Chi ha visto la partita sa cosa è successo (niente
di inaspettato). Chi mi conosce sa quanto sono incazzato.
Chi è juventino (anche solo dentro) si astenga dal leggere,
non per gli insulti che comunque non ci sono (ho già dato allo stadio), ma
perchè voi questa roba qui non l'avete mai vissuta, e non la vivrete mai e,
semplicemente, non la potete capire.
Per scrivere ho aspettato un po’, pensavo che mi sarei
ripreso, che sarei stato più lucido nel guardare all’altra sera, a noialtri,
dentro a quei momenti incredibili. Invece è sempre uguale, di chiamarla
semplicemente partita non mi viene ancora, perché quella è una parola troppo
stretta, che non dice abbastanza. La voce non mi è ancora tornata del tutto, e
continuano a guardarmi come un pazzo, se cerco di raccontarlo a qualcuno. Non
ci provo neanche più, qui non capirebbero mai.
Non è solo quello che è successo dentro allo stadio, anche se forse basterebbe. E’ anche tutto il resto, sessantamila che per esserci chissà che cosa hanno fatto, altro che messa del nonno, la laurea dell’amico, cinquecento chilometri da fare, l’esame di domani. Chissà cos’altro, che questo è niente.
Non è solo quello che è successo dentro allo stadio, anche se forse basterebbe. E’ anche tutto il resto, sessantamila che per esserci chissà che cosa hanno fatto, altro che messa del nonno, la laurea dell’amico, cinquecento chilometri da fare, l’esame di domani. Chissà cos’altro, che questo è niente.
E tutto sapendo che l’impresa era quasi impossibile. Quel
4 a 2 all’andata.
Appunto, quasi impossibile. La cosa meravigliosa è che lì, in quei sessantamila, nei nostri abbracci, nella nostra angoscia allucinante, non c’era solo il Toro, solo quel maledetto 4 a 2, lì non era una questione di squadra di calcio o di malati di pallone. Lì, nel viaggio infinito da casa allo stadio, nei venti minuti finali, nella vene del collo gonfie anche senza gridare, proprio lì dentro intendo, in quel respiro senza fiato, ecco lì per me c’erano i sogni di tutti quelli che a sognare ci credono ancora, e no, non ce l’aveva detto nessuno che andava a finire bene, che noi siamo quelli come quel mio amico in Etiopia, quelli che all’impossibile ci credono, perché semplicemente l’impossibile, in qualche modo, si combina.
In faccia a tutti quelli che la sanno sempre più lunga, a chi ti guarda con compassione se cerchi di spiegarglielo, a chi i sogni li calpesta solo perché non ha mai saputo farne.
E benvenga se ci dicono che siamo solo dei bambini, è vero, ed è bellissimo perché un bambino è uno a cui il cuore batte ancora.
Appunto, quasi impossibile. La cosa meravigliosa è che lì, in quei sessantamila, nei nostri abbracci, nella nostra angoscia allucinante, non c’era solo il Toro, solo quel maledetto 4 a 2, lì non era una questione di squadra di calcio o di malati di pallone. Lì, nel viaggio infinito da casa allo stadio, nei venti minuti finali, nella vene del collo gonfie anche senza gridare, proprio lì dentro intendo, in quel respiro senza fiato, ecco lì per me c’erano i sogni di tutti quelli che a sognare ci credono ancora, e no, non ce l’aveva detto nessuno che andava a finire bene, che noi siamo quelli come quel mio amico in Etiopia, quelli che all’impossibile ci credono, perché semplicemente l’impossibile, in qualche modo, si combina.
In faccia a tutti quelli che la sanno sempre più lunga, a chi ti guarda con compassione se cerchi di spiegarglielo, a chi i sogni li calpesta solo perché non ha mai saputo farne.
E benvenga se ci dicono che siamo solo dei bambini, è vero, ed è bellissimo perché un bambino è uno a cui il cuore batte ancora.
Se quel tiro all’ultimo minuto fosse andato dentro,
avremmo pianto e ci saremmo disperati, ma la prossima volta saremmo stati di
nuovo lì, a gridare ancora di più, sempre gli stessi. Secondo me è per questo
preciso motivo che quella palla è uscita. Qualcuno lassù deve averci visto, e
lo deve aver capito di che pasta siamo, e quanto è bella la nostra follia. E
allora anche se l’avessero fatta entrare, da lassù, era chiaro
che non sarebbe servito a nulla, solo se mai a sentirsi arrivare una
dose apocalittica di bestemmie.
Da moltiplicare per sessantamila, oltretutto. Dio, che sospettavo gobbo, su questo deve aver riflettuto.
Da moltiplicare per sessantamila, oltretutto. Dio, che sospettavo gobbo, su questo deve aver riflettuto.
Penso a noi quattro abbracciati, all’urlo incontenibile
di quando è finita, penso alla paura fottuta del tempo che non passava mai, mi
viene in mente che io uno stadio con tutta quella gente non l’avevo mai visto
(e mi sa neanche quei ventidue in campo), non mi spiego ancora come sono
sopravvissuto a una tachicardia incompatibile con la vita per 120 minuti e più,
ne d'altronde come tu Robi abbia ancora un naso presentabile. Mi viene in mente
quella bimba di tre o quattro anni con la maglia granata e la scritta Rosina
sulla schiena, quasi mi commuove pensare che forse si chiamava davvero così e
che sicuro quel rigore, vista la velocità della palla, avrebbe potuto tirarlo
lei . Se penso all’ingresso allo stadio sento ancora il fiato mancare, e mi
viene una depressione atroce appena mi rendo conto di essere tornato qui dove
nessuno può capire. Ma poter dire “io c’ero”, sapervi in qualche modo ancora
qui con me, poter stringere tra le mani la polo granata di Lollo che
avevo allo stadio, mi da una felicità indescrivibile.
Sarà anche follia, ma importa davvero?
Grazie, amici miei.
Forza Toro.
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