Io oggi non ce l'ho fatta ad andare a lavorare. Non me la sono sentita. Non so cosa devo fare per le cose dei funerali, per dare una mano a Giuliana, per poter essere utile, come se avesse un senso. Non so.
Quel che è successo non ce la fa a stare nella mia testa. Non ce la faccio neanche a piangere.
Non esiste un altro lavoro come il nostro. Dove quando ti dicono "è morta" di una persona in turno con te fino al giorno prima, o che per il mestiere che fai conosci da anni, devi continuare a rispondere al telefono, a soccorrere, a curare, a risolvere problemi, ad affrontare paure, magari per un identico incidente, magari per un identico suicidio.
No, non è giusto,ma non ci si può permettere di essere distrutti. E' per questo che ci dobbiamo stringere così tanto l'un l'altro. E' l'unico modo che abbiamo per non impazzire, l'unico modo per sopravvivere.
E in questi due giorni, in pronto soccorso a San Daniele, e al 118 di Udine, l'unica cosa bella, bellissima, che è successa, l'unica cosa che conta è stata questa.
Nessuno di noi sa cosa sia giusto fare, cosa sia giusto dire, o pensare, nessuno. Ma ci siamo, siamo ancora qui che ci possiamo abbracciare, che ci possiamo sentire piangere, bestemmiare, ubriacare e fanculo il mondo, anche ridere.
Chi non capisce questo, come purtroppo è successo ieri, è solo un povero coglione.
Dicono che sia in questi momenti qua che si vedano sul serio le persone, quando sono indifese e senza maschera.
Se davvero è così in questi giorni io ne ho viste di straordinarie.
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