
Fuori è ancora buio, ma si sa com'è l'inverno. E' da un anno sette mesi e due giorni che sono in questo reparto. Sto molto migliorando nella capacità di resistere in luoghi del genere, mi sia dato atto.
Sono incazzato come una biscia, e su questo, come noto, devo ancora lavorare. Anche se è una grande fonte di motivazione a fare, a ribellarsi, a pianificare rivoluzioni, a me non piace.
Certo, meglio adesso rispetto al periodo di apatia totale.
Ma sono più belle le cose che nascono dalla serenità rispetto a quelle che vengon fuori dalla rabbia. Hanno più senso, per quanto mi riguarda. Che è vero che se poi uno ce la fa, il futuro sarà migliore, e te lo godrai di più e avanti con la retorica stantia del sacrificio.
Ma il futuro vale quanto il presente,se non di meno, che neanche esiste.
E il passato è solo un cumulo di futuri archiviati. Serve per compiacersi o distruggersi, a seconda dell'umore.
Io dico solo che per avere un passato migliore, su cui non dover bere troppo, bisognerebbe preoccuparsi di vivere presenti migliori. Non solo futuri immaginari.
Che se per caso qualcosa va storto, che ne so, un platano al posto sbagliato (e tocco palle), l'ultimo sguardo a se stessi sarebbe opportuno potesse essere quello di uno che fa i conti e più o meno gli tornano. Chiaro che ci sarà sempre qualcosa di sbilenco, qualcosa di lasciato a metà.
Le cose in sospeso fan sempre male, è per questo che bisogna averne poche. L'incazzatura da una parte, o la connivenza dall'altra (preferisco comunque la prima), con un presente che non ci appartiene, sono solo modi diversi di affrontare l'essere sospesi o intrappolati. Per poter far tornare i conti è necessaria almeno un po' di libertà, con cui potersela giocare.
Ecco, forse allora le cose più belle non sono nemmeno quelle che nascono dall'essere sereni.
Ma quelle che vengono, semplicemente, proprio da questo.
Dall'essere liberi.
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