domenica 30 maggio 2010

senza escludere elementi di speranza

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Stamattina ho letto questo articolo, che si interroga sul dire la verità ai malati su prognosi infauste. Ho scritto all'autore, Ferdinando Camon, questo commento che qui condivido. Occhio, che è lungo.


Sono un giovane medico. Con imprudenza e sincerità rispondo si, alla sua domanda. Si, che bisogna dire la verità. A un malato che muore, e un malato qualsiasi.
Ma la verità non va scambiata con certezza, non va confusa con brutalità, ne va inventata e contraffatta per proteggere la propria presunta e a volte penosa autorità.
La verità può essere enorme e devastante, così come sfuggente e diversa a seconda di come la si guarda, e di come la si vive. E' questione di parole, di gesti, è questione spesso di ammettere a se stessi, sia come medici, che come malati, che nascondersi non serve più. Certo che è dura. Dura per chi deve guardarsi il camice e ammettere la propria debolezza, la propria inadeguatezza, e più dura ancora per chi deve fare i conti con la propria vita.

Proprio in questi giorni, insieme ai miei colleghi specializzandi, mi sto occupando di una signora che non vivrà a lungo, se non arriverà un fegato da trapiantarle. Lei lo sa, lo sa bene. Soffre fisicamente e psicologicamente, le nostre armi sono decisamente spuntate. Ieri ci ha implorato tra le lacrime di farla morire, perchè pensa che al trapianto non ci arriverà, e non ce la fa più. Le ho detto che la verità è che lei non vuole morire, vuole solo stare meglio, e noi stiamo cercando di fare tutto quello che possiamo per questo. Sapendo dentro di me che è poco, troppo poco, e davvero nessuno di noi sa se a questo benedetto trapianto ci arriverà, ne come.
Poi, come ogni giorno, mi ha chiesto le gocce di tranquillante, per dormire. Come ogni giorno le ho detto va bene. Per poi darle un po' di gocce di vitamine, praticamente acqua. Che però funziona, lei dorme, ed è l'unico modo per tranquillizzarla.

Dov'è in tutto questo la verità?

Chi usa la parola "certamente" come si usa un pugno, è spesso disonesto, e lo fa per sottrarsi alle proprie responsabilità. Che non sono certo quelle giudiziarie, ma riguardano purtroppo l'incapacità di gestire la persona malata una volta che per la malattia non ci sia nient'altro da fare. Si parla di accompagnare una persona nel momento probabilmente più difficile e delicato della sua esistenza, e nessuno ci ha insegnato come si fa. La morte nelle Facoltà di Medicina e nei sacri testi su cui studiamo non esiste, e la possibilità - che invece esiste eccome - di prendersi cura oltre che curare, non è contemplata. Questo non credo aiuti ne i medici ne i malati.

Chiudo citando il nostro codice di deontologia professionale, che spesso noi per primi dimentichiamo, ma che anche su questo tema dovrebbe guidarci un po' di più.

"Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenza alla persona, devono essere fornite con prudenza, usando terminologie non traumatizzanti e senza escludere elementi di speranza.
La documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata."

La speranza che viene nominata non è, e non deve essere, l'inganno di guarigioni miracolose, ma il raggiungere con il malato una comune consapevolezza. Cioè che a prescindere dalle certezze e dalle verità più o meno scivolose, si sta semplicemente dalla stessa parte, o come dice un mio carissimo collega e amico, che il pezzo di strada da percorrere, per quanto duro o drammatico, lo si sta percorrendo insieme.

Grazie per il suo prezioso articolo.
Saluti,
Stefano Parlamento

2 commenti:

  1. Camon ha paura della morte, come tutti.
    Lui vorrebbe che i momenti forti dell'esistenza fossero introdotti da uno scrittore, da un artista, da qualcuno che pesi le emozioni come sa fare lui. Ma quest'eventualità è, purtroppo, scarsamente probabile.

    E allora, scusa Camon ma preferisco la sincerità. Anche brutale.
    Sarà sempre meglio di una morte dolce e inconsapevole, che potrei scambiare per stanchezza di fine giornata.

    Grande Ste, bel post.

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  2. Condivido ogni parola Ste!
    Oltre al tatto e capacità personali di approciarsi al malato spero, nel momento della pratica, di trovare qualche "maestro" capace di guidarmi anche nel prendersi cura della persona oltre la sua dimensione biochimica o anatomica

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