
Il vin brulè segna gli inverni. O meglio. Segna certi momenti d'inverno, di quelli che poi rimangono fissati lì, e non te li togli più. Tipo quel banchetto lontano, fatto per il cesvi e per lottare, per quel che possono fare degli studentelli, contro l'aids. Poi, con il vin brulè e parecchie altre cose, è andata a finire che da lì è venuto tutto il resto. Tra cui il wolisso, per dire.
Come il vin brulè, alle volte, d'inverno, ci sono le librerie. Meglio sarebbero quelle piccole, che se guardi fuori dalle vetrine puoi vedere la strada, e la gente che cammina. Ma, in fondo, funzionano anche quelle brutte, nei centri commerciali, che sono l'unico posto dove ti puoi rifugiare. Con la scusa dei regali di Natale, ci puoi passare dentro ore, guardi i libri, le copertine, i titoli, qualcuno lo prendi in mano e inizi pure a leggerlo.
A me interessano gli inizi, gli incipit, ma prima ancora le dediche, quelle che ci sono sulla pagina bianca, prima di tutto il resto.Trovo sempre mille libri, ne compro sempre troppo pochi.Ma intanto sto lì, e il tempo passa, passano anche le persone, ci si schiaccia ogni tanto contro gli scaffali, ma non ci si guarda mai, come in metropolitana,come se ognuno avesse i suoi segreti da proteggere.
Passano i pensieri, spesso sono pensieri di persone a cui quel libro vorresti regalare, e questo è un modo bellissimo di pensare agli altri, attraverso le storie, le immagini, le pagine che magari dicono qualcosa di loro, o te li ricordano. E' bello poi, perchè sono sempre persone a cui sei o sei stato legato in qualche modo, da qualche parte.
E' qui che a me scatta la malinconia. Di quella bella però.
Si, perchè di malinconie ce ne sono anche che fanno un male boia. Quella dei libri invece no.
Perchè è una malinconia che segue le parole, in genere quelle dei titoli, che sono parole scelte, sceltissime, e quindi segnano bene i confini dentro cui la malinconia non ti frega più del necessario.
Oggi, per dire, a me si è fermata – soffermata - su un titolo di un libro che non ho neanche preso in mano, e non so neanche di cosa parla. "La bellezza e la fragilità".
E allora a me son tornati in mente un po' di pensieri su questa cosa qui, sulla fragilità, e sulla sua bellezza. E l'idea che non ho mai capito fino in fondo, del diamante, che è duro, ma fragile.
Io penso che siamo tutti un po' così. Non necessariamente duri, ma invariabilmente fragili.
E' perchè siamo vivi, credo.
Eppure passiamo la vita a nasconderla, la fragilità di cui siamo fatti, in ogni modo possibile, dal più abile al più ridicolo. Per un motivo soltanto. Che la fragilità non si perdona. Mai.
La debolezza può passare, ma fragili non si può essere.
Tutte le ferite che abbiamo, e le loro cicatrici, sono lì a ripetercelo.
C'è una bellezza un po' malinconica in questo, ed è la bellezza nascosta dei diamanti, che non sta nei loro riflessi di luce nè nella loro apparente perfezione, ma nell'essere, in fondo, indifesi.
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