martedì 15 dicembre 2009

Donne del Mondo



Oggi vi giro un piccolo commento apparso sul Fatto Quotidiano. Che non centra nulla con la vivace e stimolante attualità italiana, ma riflette un po' sulla altrettanto splendida attualità del mondo. E delle donne. Pensando sempre al futuro, come in un post precedente, aggiungo un altro pezzetto alle basi da cui partire se si vorrà mai crearlo e renderlo un po' migliore del presente, e lo faccio aggiungendo la citazione che accompagna la relazione finale del nostro progetto Maternità Sicura (http://www.wolissoproject.org/archives/download/pdf/relazione_finale.pdf), di Mohammad Yunus, Nobel per la Pace 2006:
"Se tra gli obiettivi dello sviluppo figurano il miglioramento delle condizioni di vita, l’abolizione della miseria, l’accesso a un lavoro dignitoso, la riduzione delle ineguaglianze, è del tutto naturale partire dalle donne. Emarginate sul piano lavorativo, svantaggiate sul piano economico e sociale, le donne costituiscono la maggioranza dei poveri, e per il loro legame con i figli rappresentano concretamente il futuro". 


Ecco. Leggete un po' anche questo articoletto. La vignetta qua sotto ce l'ho messa io. Magari prima o poi la smetto con le vignette di Altan.

"SUGGERIMENTI DA NOBEL" di M.Chierici

I Nobel per la Pace sono sempre laureati. Non solo frequentazioni universitarie ma le pene della vita che li trasforma in personaggi simbolo del dolore collettivo, dottori ad honorem per carcere e repressioni imposte dagli affari che nutrono le società del benessere. L’algida accademia che nel
tetto d’ Europa onora i protagonisti della tolleranza, rifiuta di inseguire fantasmi senza nome. Dal 1901 a Barack Obama, i riflettori svedesi hanno illuminato appena sei africani blu o marroni, quando il sangue si mescola. Primo Nobel a Albert John Lutuli, 1960, Sudafrica dell’apartheid. Figlio di un missionario anglicano e di una ragazza zulu, si ispirava a Gandhi nel paese della violenza bianca. Non è un nero qualsiasi: ministro della Chiesa congregazionista americana.
Nell’84 Nobel all’arcivescovo Desmond Tutu. 1993: sempre Sudafrica, Nelson Mandela. Wangari Maathai è la prima donna di colore laureata a Nairobi. Stoccolma la incorona nel 2004. Ecco Obama. Bisogna ricordare che in Africa vivono un miliardo di persone, 600 milioni sono donne. Non per ricantare il lamento terzomondista: donne senza censo, senza un’occupazione normale, senza la presenza dei compagni scappati per cercare lavoro o perduti nelle guerriglie. Madri di ragazzi soldato. Donne che crescono i figli da sole. Ognuna ne mette al mondo 5,3 più del doppio di ogni altra madre del pianeta. Donne umiliate, violentate o vendute nei viali d’Europa. Dei 64 milioni di africani sfiniti dall’Aids, 40 milioni di ragazze. A 10 anni partono all’alba coi secchi dell’acqua che
non c’è: 10, 15 chilometri per tutta la vita. Due su tre non sanno cos’è un ospedale. Una su cinque è travolta dalla violenza: non solo armi, quei corpi sporcati dai vandali di passaggio. Ma non si lasciano paralizzare dalle tragedie. L’80 per cento di ciò che mangia l’Africa lo guadagnano e l’impastano da sole. Vendono legna, acqua, frutta, fiori nella melma dei mercati. Zappano campi di sabbia. Donne senza alfabeto, senza medicine eppure quando la rete della solidarietà (soprattutto missionaria ) le raccoglie in un progetto, le loro cooperative si allargano: cuciono, cuociono, inventano, ballano, ridono con una forza che dà speranza alla vita di tutti, non importa il machismo che le sottomette. Sono la spina dorsale di un continente dilaniato.
Ma se appena respirano vogliono la scuola per i figli, frequentano (pochissime) le università con la voglia di cambiare la vita di tutti. Eppure nessuna accademia si è accorta di loro. E le nostre tv e i nostri giornali stanno dimenticando chi rischia la vita in un digiuno lungo 27 giorni nell’aeroporto di Tenerife.
Aninathoun Haida vorrebbe tornare a casa nel deserto del Polissario occupato militarmente dal Marocco quando la Spagna lo ha abbandonato. La gente scappa nelle tende profughi dell’Algeria. E chi resta è schiacciato dalle polizie se sbandiera le proteste internazionali per violazioni dei
diritti usurpati. Da 50 anni Rabat rimanda il referendum ordinato dall’Onu. Haida lo chiede, espulsa. Preferisce morire sotto gli occhi del mondo. Noi, silenzio. Ma perché le barbe solenni del Nobel non fanno un giro in Africa anziché sfogliare le biografie che arrivano per Internet?
m c h i e r i c i 2 @ l i b e ro . i t"

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