
"...Il massiccio aiuto internazionale dovrà essere sottomesso ad una leadership haitiana responsabile, che debba render conto ai donatori ed essere punibile davanti alla legge. L'aiuto dovrà essere adattato e rispondere ai bisogni e alle domande locali. Gli haitiani devono poter decidere se hanno bisogno di 12000 marines US o di 12000 medici e soccorritori all'indomani di un terremoto. A metà strada tra i paesi di Monroe e il Sudamerica che si definisce ormai bolivariano, il paese può ritrovarsi ancora una volta in mezzo ai conflitti geostrategici e la catastrofe haitiana rischia di servire alle potenze «amiche» di Haiti e alle loro dubbie ambizioni.
La carità, anche se disinteressata e generosa spesso causa degli effetti perversi. Gli haitiani non devono perdere di vista il fatto che a lungo termine, l'aiuto ci deve «aiutare a superare l'aiuto».
L'aiuto umanitario, se è serio e onesto questa volta, deve cominciare dall'annullamento incondizionato del debito di Haiti. Si tratta di mettere la parola fine alla spirale infernale dell'indebitamento e di arrivare a stabilire dei modelli di sviluppo sociale giusti ed ecologicamente durevoli(CADMT, Comitato per l'Annullamento del Debito del Terzo Mondo). Certe costrizioni imposte al popolo haitiano dalle istituzioni finanziarie internazionali nella loro implacabile logica del profitto nel lungo termine fanno tanti danni quanti quelli di un terremoto di magnitudo 7.3. Bisogna considerare il ritiro dei piani criminali di aggiustamento strutturale che consistono tra l'altro nel rendere lo stato ancora più vulnerabile e aprono la porta alle società transnazionali private. O ancora, abolire l'accordo di partenariato economico (APE) imposto dall'Unione Europea ad Haiti nel 2008 che instaura tra l'altro la totale liberalizzazione dei movimenti di capitale e delle merci. Insomma, ci assicurino che tutti questi biglietti promessi, se si concretizzano per una volta, non siano dei biglietti andata e ritorno.
Allora, infine, si potrà cominciare a parlare di ricostruzione. La prima cosa che bisognerà forse cominciare a ricostruire è l'immagine del paese che ci si accanisce a distruggere facendolo passare per un paese violento, oltre ad altre redditizie leggende. Non è con simili immagini false che attireremo dei turisti o degli investitori. Avete mai visto un paese che si sviluppa grazie all'aiuto umanitario?
Inoltre, se questa catastrofe ci insegna qualcosa è senza dubbio la necessità di decentralizzare il paese. Cominciamo a decentralizzare l'aiuto perché le province non toccate direttamente dal sisma ne hanno subito comunque le conseguenze. I donatori stranieri di buona volontà devono identificare e stabilire un ponte con le istituzioni locali e le organizzazioni di base che, prima della crisi, si interessavano già alle sorti di Haiti e hanno già dimostrato serietà ed efficacia sul campo, al fine di sostenerli nei loro sforzi di sviluppo in completa dignità.
In caso contrario, tutto porta a credere che in dieci anni, le gigantesche somme di danaro che stanno per essere raccolte saranno disperse invano, tra corruzione locale ed internazionale, progetti inutili e salari degli «esperti internazionali». Verremo allora incolpati di nuovo, noi haitiani, per la nostra «incompetenza». "
Rolphe Papillon ( Giornalista, ex sindaco di Corail)
20.02.2010
Incredibile... se si cambiano cifre, proporzioni e condizioni geo-economiche e si sostituisce "haiti" con "abruzzo", il concetto regge perfettamente...
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